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Cippi Pitschen 

Parole intense dedicate al vino

CIPPI PITSCHEN

Cippi Pitschen cittadino svizzero nasce a Pontedera nel 1941.

Marinaio di mestiere, negli anni ’70 si dedica alla fotografia per registrare i suoi viaggi ed allo studio delle lingue per sentirsi più vicino ai paesi che visita. Adesso ha come base Marina di Pisa, continua con le sue attività nautiche, alternate a volte con una mostra fotografica o con una traduzione dei classici cinesi. La sua curiosità lo ha portato ad una profonda conoscenza dei movimenti artistici e letterari e dei personaggi salienti della seconda metà del ‘900; ricordiamo i suoi incontri con: Ezra Pound, Allen Ginsberg, John Ronald Reuel Tolkien e Keith Haring, di cui ha seguito l’esecuzione del murale di Pisa nel 1989 e sul quale uscirà tra breve un volume.

"[... ] CHIANTISi guarda scendere il vino in un calice, si vede lasciare tracce lungo il vetro, se ne sentono aromi, uni vicini e pungenti, altri che sembrano venire da lontano e portare in sé profumi di frutti e di spezie, ci si perde nei suoi riflessi di gioiello e di sangue, e si beve, si assapora, si gusta, si brinda, se ne fa occasione di sorriso e di compagnia, ma ben di rado ci si sofferma a pensare come sia nato quel magico liquido racchiuso in una bottiglia davanti a noi. Ne conosciamo l’origine, abbiamo scelto quel vino fra i tanti, ne sappiamo se non altro il nome e la fama, ma dietro di lui ci sono persone, volti e mani e conoscenza e passione e fatica e speranza e tecnica. Dietro di lui c’è l’esperienza di chi sa cosa sia curare la terra e la natura, aiutandola a seguire le stagioni, a far crescere i suoi frutti con rispetto ed amore. Ed allora proviamo, con quel calice in mano, a seguire il cammino che il nettare ha percorso per giungere a noi.

Si parte da una terra dolce e morbida d’aspetto, colline rotonde e verdeggianti quasi a perdita d’occhio, ornate di borghi e castella che si stagliano sui profili come corone, vestite di boschi di querce e castagni, di frassini e d’aceri, d’olmi e pioppi e cipressi.

Ma questa terra porta anche un abito umano, eleganti geometrie di vigneti modellati sapientemente sui fianchi dei colli, caldi campi di frumento, nobili filari di ulivi, languidamente sdraiati nei giorni assolati, raccolti come protetti nelle piogge primaverili. Ha un nome questa terra, si chiama Chianti, nel cuore della Toscana: per secoli i ricchi e i potenti, le nobili famiglie di Firenze e di Siena, han fatto di questa terra feudo e casa, difesa delle città e dispensa delle genti. Camminiamo per questa terra, su questi colli che da vicino diventano erti e addirittura impervi. L’uomo li ha come domati, ha pulito la macchia, ha dissodato l’humus, ha costruito terrazze e muri a secco, ha tracciato sentieri, ha studiato la terra, ha piantato e potato e raccolto e nutrito e sofferto, come tutti quelli che della terra vivono. Sotto i nostri piedi la compattezza del terreno rivela il suo mistero: quello che da lontano è la macchia giallo brunastra della terra rovesciata, diventa da vicino i colori di ciò che la compongono. Sono pietre che racchiudon la terra, che fanno la storia dei luoghi e dei raccolti. Già sappiamo dei ciotoli che abbracciano le radici dei vitigni dell’Haut Brion, delle terre fluviali del Bordeaux, che han voluto dire nei secoli, a chi ha avuto la costanza e l’abnegazione di far crescer la vite e di raccoglierne i frutti in preziose bottiglie, che il loro istinto, il sapere innato di chi sa la terra, sarebbe stato premiato. E qua nel Chianti le pietre si chiamano Galestro e Alberese, e stanno qua malgrado l’uomo e i suoi sforzi, e a nulla vale raccoglierle e farne muri a secco, e tanto vale lasciarle là, ad abbracciare per sempre le radici dei vitigni, a filtrare tutto ciò che dalla terra sarà dato ai loro frutti, a quel nettare che stiamo guardando nel calice. 

 

"Galestro

la chiamano galestro

questa pietra

che pietra non sa essere

che si ritrova ad essere

compressa

in forme non sue

e che si sfalda

al primo gelo

alla rugiada

al primo sole

e che serena si lascia

penetrare

dalle radici

che poi vuole nutrire.

lenti scendono ed avidi

i vitigni

complici d’acqua e sole

ancorati al galestro

che ripasce le zolle

d’antica argilla.

lenti

e vanno a maturare

gocce divine

di nettare e nepente.

tutto questo è galestro

cremoso bianco

e tutt’a un tratto nero

custode

di terra e di sale

padrone di pioggia e di sole

padre di grappoli

gonfi ed orgogliosi

avidi di sole

in lotta coi pampini al vento."

 

E l’Alberese? Cosa dire dell’Alberese che ci ammicca dai muri delle case, che dalla terra del Chianti viene estratto per dissodare e ripulire, che serve da prima pietra a tanti rifugi nobili e semplici, che si schiera a cataste nelle cave in attesa d’essere utile?

 

"Case

muri innalzati a scudo

forse solo del tempo

stipiti e soglie

d’umile pietra

serena

consunta

forse più da carezze d’occhi

che dal tempo.

muri

ripieni di sconnesso alberese

e vecchia malta

muri

in cui colori parlano
tenui

di quattro stagioni
e raccontano

i segreti di genti

con radici affondate nella terra

in questa terra

che sanguina vino

e che disseta il tempo."

 

Ma questa altro non è se non la terra di quei colli, una terra che par pascere di sé, che par nutrirsi dei suoi profili stagliati sulle nubi che affollan gli Appennini lontani. Altro ci vuole perché la terra si tramuti in campi dissodati e curati, in filari di vitigni, in colori geometrici di cose piantate ed amate perché diano frutto. Altro ci vuole perché la terra renda quel che le è stato dato in sudore e speranza, in sapienza e sacrificio. Altro ci vuole: ci vuole l’uomo. L’uomo caparbio che un giorno lontano nella terra ha affondato una mano ed ha capito che da lei veniva il suo nutrimento, l’uomo che ha saputo i semi e le stagioni, l’uomo che ha studiato lune e piogge, zolle e concimi, che ha sentito nella terra il respiro del tempo, il crescer delle messi, gli umori del Creato, dovizie e siccità, sicurezze e paure, l’uomo che con la terra ha superato i secoli per poter dire oggi di aver capito quello che la terra sa dare. E son solo le mani degli uomini che possono aprire questa terra e scoprirne i segreti, che possono in lei piantare semi e seminare piante. Chissà da quanti secoli l’uomo conosce il vino: è la storia a narrarlo, è la Bibbia, e prima della Bibbia lo narravano i geroglifici egizi, e forse prima di loro gli scritti cuneiformi assiri. Parlavano di vino d’uva i cinesi 45 secoli fa, parlavano di vino i poeti persiani, han parlato del vino tutti i testi sacri e profani che son tesoro all’uomo. Dove crebbe la prima vite? Chi fu il primo uomo a sapere, per scienza o per caso, che il succo delle sue bacche poteva diventare vino? Chi per primo osò piantarla in filari o in pergolati, attendere i giusti tempi, vendemmiarla, pigiarla, guardarla fermentare, curarla, aspettando il momento in cui il miracolo del vino avrebbe riempito il suo calice e scaldato il suo inverno? Non lo sapremo mai, ma le leggende ci portano folle di uomini che si son cimentati con terra e vitigni, con sole e piogge, con forse più fallimenti che successi prima di riempire orci ed otri, prima di versar calici agli amici, alle corti, agli dei. I primi a scrivere la storia del vino, a cantarlo e decantarlo, sono stati i poeti. Certo Li Po e Meng Hao-jan, Omar Kay’yam e Hafiz, Plinio e Omero, Baudelaire e Lorca, tutti hanno saputo dire del vino e della terra e degli uomini che avevano capito il segreto e il mistero e l’avevano tramandato come una fede, tutti hanno intinto la loro penna nel vino per trarne versi di vita. Barbari e invasori, legionari e soldati, profeti e monaci, anche loro hanno conquistato terre e popoli, hanno saccheggiato e capito, hanno trovato sul loro cammino di spada e di parola le sponde di fiumi e le piane ed i colli di vigneti, e su quelli hanno basato i loro commerci, con i frutti della vite che valevano quanto sete preziose e spezie d’oriente. Oggi i visionari che esperimentano con colture e vitigni e innesti e potature e tempi e carati e bottiglie sono coloro che hanno affinato l’arte, che hanno studiato a fondo il mestiere di far vino, che continuano a studiare per far di più e soprattutto farlo meglio.La produzione del vino è diventata una scienza quasi esatta, ma mantiene il fascino e il timor sacro della terra e dei capricci benevoli e minacciosi di sole e pioggia.Basta un nulla a vanificare gli sforzi dell’uomo e della scienza invece di vinificare una buona vendemmia. Oggi in ogni calice che si vuota c’è il sapere di pochi e la fatica di molti, la fede e la conoscenza e il sogno che non han fine dal primo grappolo schiacciato fra le dita.Oggi la fantastica geometria di un vigneto che s’inerpica sui colli del Chianti può portare nomi famosi di stirpi antiche devote alla terra, ma può anche raccontare la storia di giovani arditi che han voluto restituire all’Italia l’antico nome di Enotria. Quanti anni ha il vino? Millenni forse, eppure solo da poco si guarda all’anno di nascita di una bottiglia. Per secoli bastava produrre, bastava togliere alla terra quanto più del suo sangue si potesse mettere in un tino o una botte. L’Enotria, la terra del vino, ha troppo a lungo guardato alla quantità che i suoi vigneti e la sua perfetta collocazione geografica potevano dare, senza troppo curarsi della qualità del suo nettare. Ci sono voluti gli esempi di chi, altrove, ha saputo curare sapori ed aromi, ha saputo vedere nei vitigni un futuro più vasto dei semplici mosti fermentati che finivano sulle tavole e nelle osterie. Visionari, li ho chiamati più sopra, e lo ripeto, ma la loro visione non è stata soltanto il commercio, la giusta paga per la fatica di chiunque lavori la terra. Fare nomi, citare personaggi o persone che hanno capito ed osato e inventato e rischiato farebbe di queste pagine un tedio enciclopedico di scarso interesse. Cerchiamo di bere questa storia in un calice e di apprezzare tutto quello che ci dà senza appesantirlo di parole. Dante riuscì mirabilmente a dire:

"vedi il calor del sol che si fa vino

dentro l’umor che dalla vite cola"

E molto più tardi, quando alcuni vitigni trapiantati nelle piane di Constantia in Sudafrica non diedero i frutti sperati qualcuno disse:

 

“Certo, non si poteva mandar laggiù anche la terra e il sole…”

Si, la terra e il sole, ancor oggi son loro a fare il vino.Ma ci sono anche la pioggia e il gelo, l’oidio e la filossera, ed allora viene in aiuto la conoscenza degli uomini, che pian piano diviene scienza, a guidare e consigliare la mano dell’uomo, il suo amore, a far diventare realtà i suoi sogni, a premiare il suo sacrificio. Per secoli il vino è stato fatto, pigiato, messo nelle botti, aiutato con empirici accorgimenti a durare e sopportare trasporti, per secoli è stato commerciato e bevuto da poveri e ricchi, per secoli è stato lodato e cantato, ma solo da poco è stato profondamente studiato per farlo divenire frutto ancor più raffinato ed eccelso del lavoro dell’uomo. Tentativi e fallimenti, successi e raccolti svaniti, uvaggi studiati ed osati, chimica, agronomia, investimenti mirati a dar frutti dopo decenni se tutto va bene. Il vino è diventato scienza, l’enologia e l’ampelotecnia ormai han dato al culto di Dionisio Bacco un volto nuovo e diverso e più armonioso. Si, il vino nasce ancora nei terreni vitiferi scoperti nel lontano passato nelle terre europee, e l’uomo che la miseria ha cacciato a cercar fortuna in altri mondi e che si è portato dietro i preziosi vitigni per continuare la tradizione ha trovate altro terreno in cui piantarli. Le valli ubertose della California e dell’Australia, le terre grasse del Capo di Buona Speranza e del Natal, sono adesso coperte dalla splendida geometria di vigneti evocativa del Chianti o del Bordeaux. E perché no, anche le pendici del monte Fuji in Giappone producono oggi ottimi vini, e solo perché anche là qualcuno ha osato e sperato e creduto. Ma noi abbiamo cominciato parlando della terra di Toscana, del Chianti, del paesaggio che più ci è vicino e al cui ampio respiro siamo adusi, dei colli ammantati di boschi e coltivo, della terra bruna e del Galestro e dell’Alberese e dei cipressi di confine e degli olmi e delle querce e dei biondi campi e dei filari di viti a perdita d’occhio. Ed è verso questi vigneti che vogliamo andare sul finire dell’estate, e vogliamo guardarli da lontano e da presso quando d’un tratto si popolano d’uomini e donne, vecchi e giovani, per il rito eterno e solenne e grave e gioioso della vendemmia. Ora si attivano ancora quelle mani che per tutto l’arco dell’anno han curato le viti, le hanno potate e guidate e protette, e quegli occhi che le hanno guardate nei giorni di pioggia e di gelo e sotto il sole che sfiancava le zolle, che hanno contato i giorni e ricordato annate passate con il cuore sospeso. Sono mani ed occhi di poeti, perché chi raccoglie l’uva e ne fa vino crea qualcosa di profondo e imponente come fa un poeta, e lo fa con il suo estro e la sua passione. Ed accade che un mattino, quando il sole traboccato dal profilo dei colli ha ormai bruciato la rugiada dai vitigni carichi di grappoli, quei filari si animano di vita, e la gente della vendemmia inizia il lavoro che per giorni la vedrà impegnata fino al tramonto. Volti intenti, voci gioiose, gesti ponderati, mani che frugano fra i pampini e abbracciano il grappolo, il taglio veloce con le forbici, l’uva che cade nella bigoncia, questa che si riempie, il trattore che segue e raccoglie le cascate di grappoli… e così via, per tutta la giornata, i filari metodicamente spogliati, i gesti sempre uguali, apparentemente senza fatica, se non fosse per il dorso di una mano che ogni tanto passa a tergere sudore dalla fronte. Memorie d’infanzia riportano agli occhi bigonce più grandi, di legno a doghe o di giunco intrecciato, e la coda del bue che tirava il barroccio, ma i gesti erano gli stessi, le voci avevano uguale cadenza e tono, e sembra che anche i volti non cambino mai. Ma non è solo questa la vendemmia, nel paesaggio di luci e colori visto dai pittori di ogni tempo e scuola. L’odore della terra e dell’uva affascina ed a fine giornata giunge ad inebriare quasi quanto la fatica che quei declivi, dolci solo all’apparenza, lasciano nelle braccia e le gambe. Si fa sera, e l’ultimo carro del trattore viene rovesciato nella tramoggia della diraspatrice, in fondo alla quale un marchingegno elicoidale separa gli acini dai raspi dei grappoli. Il primo vino fiore scorre verso gli enormi tini, e i raspi vengono schizzati fuori. È il frutto di una giornata di lavoro, e sui volti appare la soddisfazione nel vedere sgorgare il sangue della terra e del sole, si commenta la giornata, oggi pensando alla qualità, e solo dopo la via del riposo, ma non prima di passare alle fonte, a lavare le forbici e le bigonce per il giorno dopo.Dai tini il vino passerà poi alle cantine, alle botti, seguendo antichi riti tradotti in moderne tecniche, con i vinificatori che si muovono come sacerdoti in ambienti arcani ed odorosi che potrebbero essere un tempio dionisiaco. Il rito si è compiuto, si guarda al cielo per leggere i segni del tempo che farà domani, sperando in un sole benigno."

Cippi Pitschen

 

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